Moroto 29 luglio 2007

Moroto 29 luglio 2007

Reportage Uganda

Moroto 29 luglio 2007

Che per l’occasione hanno organizzato un ricevimento fatto di canti, balli e suoni. Una marea di gente che accoglie il nostro arrivo centinaia di metri prima della chiesa e che ci accompagna festante fino alla meta. Il vescovo incontrerà i fedeli prima presso la chiesa di Cristo Re, in loc. Loro, poi darà appuntamento presso la chiesetta campestre di St. Marie, a breve distanza dove è stato allestito uno spazio all’aperto per celebrare la messa. Una dimostrazione di fede, una partecipazione religiosa che mi colpisce. Che mi stordisce e quasi mi preoccupa. Mi pare superare il limite del giusto. Sconfinare nell’eccesso. Nel fanatismo. Certo è che il mio punto di partenza è diametralmente opposto e quindi mi astengo dal giudicare. Anche se comunque la misura è un dato sempre, ritengo, importante. E a mio parere qui la misura è stata di non poco superata. A mio parere. Ma tant’è. Cogliamone il lato positivo che è quest’aria di festa ed immergiamoci nei suoni e nei canti di questa gente. Nella festa di questi corpi che si muovono con una grazia inimitabile, con una naturalezza che non è nostra. L’accesso delle nostre auto nel paese pareva la sfilata di una grande star al festival del cinema di Cannes, o la premiazione degli oscar ad Hollywood. Insomma, davvero troppo. E non me ne capacito. Ma è senz’altro un problema mio. Dal quale devo uscire. Per cui che dire? Di questo personaggio di spicco del mondo clericale, Mons. Franzelli da Roccafranca, Brescia. Giunto in Uganda non ancora trentenne, prima a Kitgum, poi a Lacor, in seguito a Patongo. Ora qui a Lira, a rappresentare una diocesi che si estende su un’area di oltre dodicimila chilometri quadrati, con una popolazione di circa un milione di persone. Metà delle quali cattoliche. In questo paese che ha vissuto una delle più atroci guerre del secolo scorso. Una guerra civile che non ha risparmiato bambini, donne, uomini. Che non ha risparmiato nessuno. Anzi, che ha usato proprio i bambini per combattere una battaglia senza nessuna regola. Che li ha prima rapiti, poi armati. E mandati a morire. E ad uccidere. Una guerra che i ribelli non hanno combattuto solo contro l’esercito del governo. Ma che ha visto combattere contro i propri fratelli, contro la propria gente. Senza esclusione di colpi, un massacro, un genocidio. Una tribù, quella degli achor, che comandati da un pazzo dal nome Koni, assaltava e sterminava la sua stessa gente, i Lango, popolo di Lira, al quale lui apparteneva. Una guerra di oltre vent’anni che ha prodotto nient’altro che morte e devastazione. Come tutte le guerre che si combattono nel mondo. Come anche quelle in nome della pace, della sicurezza. E c’è chi ci crede!!! Fare guerre per avere la pace!!! Mi sfugge qualcosa. O sfugge a chi ci crede. Sono queste, come tutte, guerre combattute tra poveri, decise dai ricchi. Dalle industrie, dai politici, dai potenti. Che guardano. Che si arricchiscono ancora di più.
E allora il campo profughi che sorge ai margini della città, dove ancora stanno bambini e donne, uomini ed anziani, in attesa di poter rientrare nelle loro povere case, assume un significato che va oltre il senso di disperazione che si legge tra le baracche, tra le pieghe profonde che solcano i visi di questa gente.

DA COMPLETARE

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