Il fascino del vino fra le mura dei castelli del Trentino

Il fascino del vino fra le mura dei castelli del Trentino

Vini e castelli

La vitivinicoltura trentina ha un connubio indissolubile con i castelli: non c'è vitigno che non riporti la memoria a qualche cosa che sia "turrito". Castelli, magari semplicissimi, ruderi campestri che ricordano ataviche fatiche e il dominio di signorotti non troppo democratici, ma comunque fervidi amanti del buon vino. Uve vanto di produzioni enologiche assurte a bandiera del buongusto. Vino come momento di svago e di piacere, ma anche sintomo di cultura. Soprattutto con le fasi della vendemmia, da sempre effettuata come cerimonia di sottili riti propiziatori: basta guardare uno dei qualsiasi affreschi rimasti nei saloni di qualche residenza cinquecentesca, come il Castello del Buonconsiglio, dove nella stupenda Torre d'Aquila (recentemente restaurata con anni di paziente, certosino recupero) la vendemmia raffigurata per dare smalto alla potenza del Principe, con i villani raffigurati nel loro ruolo storico, dove fatica e sottomissione erano quasi il sunto della loro esistenza, che si alleviava, però, con qualche bicchiere di vino, magari conquistato sottraendolo ai conferimenti dovuti al signorotto. Ogni partita di mosto era controllata dal castellano, che immagazzinava tutta la produzione viticola. Si otteneva un vino dal gusto tipico dell'epoca; difficilmente ora riusciremo a berlo, ma allora, come adesso, il vino serviva per rallegrare certe atmosfere, per serate intime, ma anche per serate popolari. Aldo Gorfer, scrittore etnografo che dei castelli del Trentino sa ogni segreto, più volte si è occupato del rapporto tra residenza principesca e vino, per un culto del bere che era (edè) molto radicato. Gorfer cita nei suoi scritti affascinanti feste legate a Bacco, come quelle di Bernardo Clesio, principe vescovo di Trento, che tanto contribuì allo sviluppo del costume, dell'arte e del prestigio Trentino. Ebbene, durante certe solennità, il Clesio faceva mettere in comunicazione le sue capaci cantine con la fontana di fronte al palazzo che, fra la pazza gioia del popolo, buttava vino, e solo vino, giorno e notte. Gli storici, come spiega Aldo Gorfer, annotano con piacere "Trionfo tridentino" svoltosi nella primavera del 1547 nel giardino del Castello del Buonconsiglio, con vino a volontà per l'allegria di dame e cavalieri, tra musica, danze e fuochi d'artificio. Tuttora le torri dei castelli custodiscono la tradizione enoica della gente trentina e permettono itinerari tra presente e futuro, dove la ricerca del buon vino favorisce uno scambio di opinioni, sensazioni e facili approcci con il passato. Mutato il paesaggio perchè cambiato il tipo di coltura e la varietà del vitigno, uguale il fascino del maniero, testimonianza di semplici usanze enologiche. Scriveva il Mariani: "Tra i vini nonesi si stimano li neri di Revò, li bianchi sotto Castel Thun, nè si san tralasciar per buoni li vini di Castel Nan. Notabile è ancor il sito delizioso e fertile di Denno per copia di viveri e di bontà dei vini, dei quali ne escono anche di dolci". Una testimonianza che dimostra come ogni castello avesse il suo vino. Il nostro itinerario fra i castelli inizia partendo da Avio, dove si intravedono le prime roccaforti. Avio, con il suo splendido maniero, domina le coltivazioni di Cabernet e merlot impiegati per uvaggi che proprio per la loro struttura, eleganza e particolarità, impostano la riscossa dei vini rossi trentini nei confronti sia della rinomata classe nazionale, sia verso la blasonata produzione dei Chateau d'Oltralpe. Nei castelli, adesso, non ci sono cantine efficienti, ma non c'è Marzemino che non nasca nei vigneti che fanno da sfondo ad un rudere. Da quelli di Castel Nomi, per non parlare di quelli di Lizzana, Nogaredo e Castellano. Castel Noarna poi è immerso nei vigneti, vicino alle prime barbatelle di Sauvignon blanc piantate nella zona. Proseguiamo il nostro itinerario cambiando sponda dell' Adige, risalendo verso il capoluogo provinciale, Trento. Lasciati alle spalle i vigneti di Nomi, affrontiamo le prime asperità che portano a Castel Beseno. Difficile sintetizzare la storia, le vicissitudini di questo castello, recentemente acquisito e restaurato dalla Provincia Autonoma di Trento. Ristrutturazioni che hanno messo in risalto anche la vocazione enologica degli architetti che lo progettarono. Cantine scavate nella roccia viva, con sale per fare invecchiare i vini e altre per facilitare i lavori di stagione, proprio come fossero state pensate da un moderno enotecnico. Un castello che si presenta benissimo anche ad una eventuale destinazione enoica. A Besenello, sotto le mura del maniero, da sempre sono coltivati Merlot e Cabernet, mentre il Moscato raggiunge la massima qualità per un vino dolce che non ha rivali per fragranza, tipicità e splendida serbevolezza. Castel Beseno poi domina la Valle dell' Adige: è situato infatti a metà strada fra Rovereto e Trento. Rovereto è anche il "ponte" tra le zone vinicole della Vallagarina e quelle dove soffia l'Ora del Garda. Stiamo "arrivando" nella Valle dei Laghi, che inizia proprio, giungendo da Mori, con il Lago di Garda. Il clima mite (è il limite massimo dove si coltiva l'olio) permette vinificazioni di varietà particolari, mentre in qualche appezzamento di terra in riva al lago si sta studiando l'evoluzione di innesti che nel prossimo futuro potrebbero ridisegnare la carta vitivinicola. Qui si trovano splendidi castelli come quello di Arco, caposaldo di una rete di comunicazione che una volta lo legava ai castelli di Drena, Toblino e Madruzzo. Le campagne di Castel Toblino sono quanto di meglio il Medioevo enologico ci abbia tramandato. Vigneti di pianura che di collina, nel fondovalle le uve a buccia rossa, sui pendii la Nosiola piantata oltre trecento anni fa proprio dai nobili di Toblino e destinata prevalentemente alla produzione del Vino Santo. Un nettare da meditazione che proprio grazie alla lungimiranza di antichi castellani è ora assurto nell' aristocrazia dei vini. La Nosiola è anche un vino bianco di pronta beva, dal sapore appunto di nocciola, leggermente amarognolo con una fragranza dovuta alla tipica climaticità della Valle del Sarca, con i vigneti sistemati sui gradoni delle fratte, scarse d'acqua, molto soleggiate, ma con una notevole escursione termica, che permette una perfetta maturazione. Le cronache rinascimentali ancora ricordano tra l'altro bevute promosse dal Principe Vescovo Carlo Emanuele Madruzzo, principe che preferiva i suoi vini, quelli della Valle di Cavedine, vini bianchi, definiti dal Marieni "confortevoli, salubri, che per lo stomaco fa gran passata". Adesso si coltiva Muller Thurgau, e il Castello del Madruzzo vicino a Lasino, è meta di studiosi che esplorano le nuove frontiere della scienza e tecnica enologica. La Valle è oggetto di sperimentazione con il Sauvignon bianco: una quindicina di nuovi impianti che nei prossimi anni dovranno difendere la nomina di vini" salubri", come ai tempi dei Madruzzo. Lasciamo la Valle dei Laghi e spostiamoci a Trento città. A parte il Castello del Buonconsiglio, perfettamente inserito nella vita della comunità, molte roccaforti sono scomparse. Quelle che sorgevano proprio dove ora (come allora) la vigna è più rigogliosa. D'obbligo citarne una: quella sulla collina tra Villazzano e Povo, dove si intravedono i resti di Castel di Pietrapiana. Qui, prima della Fillossera, cresceva il vitigno che dava il "Gocciadoro", un vino, si legge negli archivi storici, che
"sembra oro potabile". Sopra Ravina, nascosta dalla folta vegetazione del Bondone c'è Villa Margon l'esempio migliore di una costruzione d'epoca, che ospitò anche l'Imperatore Carlo V, dove il vino scorreva sapientemente e dove, adesso, si coltiva lo Chardonnay, su schemi di impianto suggeriti a suo tempo dal padre della spumantistica trentina, Giulio Ferrari. Sono decine i luoghi della conca di Trento che come Villa Margon parlano di vino. Impossibile elencarli tutti. Anche perchè molti sono collegati alle valli limitrofe, e a loro volta custodiscono testimonianze di colture diverse, di tradizione che, a seconda dell'epoca, hanno a che fare con la città del Tridente. Un esempio sono Civezzano, Fornace o i resti di Castello Belvedere, dove attualmente le poche viti convivono con lo sfruttamento delle cave di porfido. E ancora, la Valle di Cembra, zona viticola di prima grandezza, con Castel Segonzano, immortalato pure dal Durer. Tutti itinerari fascinosi e che possono "anticipare" la sosta finale del nostro veloce itinerario tra vini e castelli: la Piana Rotaliana. C'è addirittura una strada che collega le colline di Trento a quelle di S. Michele e poi su verso Termeno. Castelli che hanno mantenuto intatta la loro magnificenza e perfettamente ancorati alla tradizione vinicola, come Castel Monreale; baluardo della coltura enoica è il Castello di S. Michele, vecchio monastero fortificato che è la culla per eccellenza del vino trentino. Nelle sue cantine si trovano le botti dell'Istituto Agrario, che da secoli ormai forgia futuri enologi. Tra il greto dell'Adige e il Noce c'è il" più bel giardino vitato d'Europa", il Campo Rotaliano con il suo vino emblema, il Teroldego che nasce sotto Castel S. Gottardo, costruito in una insolita caverna rocciosa, e vicino a Castel Firmian di Mezzocorona e al Castello della Torre di Mezzolombardo. Vini e castelli, insomma, per tutti i gusti: non c'è che l'imbarazzo della scelta.

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