Chiesa di Santa Maria del Sepolcro

Chiesa di Santa Maria del Sepolcro

affacciata sul piazzale De Rosa a Potenza

Al termine del corso Giuseppe Mazzini si prende la via Ciccotti che, nel suo tratto iniziale, costeggia la villa di Santa Maria che è l'altro parco pubblico di Potenza che ospita campi da tennis, campi da bocce ed una piccola pista di pattinaggio a rotelle.

Il lato destro della via Ciccotti è costeggiato dalla Caserrna Lucania, ricostruita dopo che venne distrutta dai bombardarnenti del 1943. Al terrnine dell'edificio che ospita la caserma si apre il piazzale f.lli De Rosa sul quale prospetta la Chiesa di Santa Maria del Sepolcro.

Le sue origini sembra possano collegarsi con la partecipazione di elementi locali alle Crociate, forse la terza del 1190-1191, alla quale presero parte il Conti di Santasofia signori di Rivisco, che era una contrada periferica di Potenza, i quali ritornati dalla crociata avrebbero fatto costruire la prima chiesa. Un'altra ipotesi collega la fondazione al miracolo di San Gerardo operato alla località Santa Maria. Recenti ricerche propongono l'origine della chiesa del contesto delle vicende che, nei secoli XII e XIII, interessarono il Santo Sepolcro ricollegabili alla storia dei Templari i quali, dapprima poveri e generosi divennero sempre più ricchi e potenti finchè, nel 1291, si stanziarono in Francia dove il re Filippo il Bello, per acquisire i loro tesori, nel 1307 ne ordinò l'arresto e ne confiscò i beni. Nel 1312 l'Ordine fu sciolto durante il Concilio di Vienna. Nel Regno di Napoli, per volontà del Papa, Roberto d'Angiò affidò le terre dell'Ordine in fitto in Capitanata, Basilicata e Terra d'Otranto. Quindi assicurò nelle mani di diversi vescovi e prelati i beni dell'Ordine già sequestrati.

Agli inizi del XV secolo Guglielmo, vescovo di Potenza, ebbe da Roberto D'Angiò i diritti feudali sul casale di Santa Maria del Sepolcro.

Dato che i Templari costruivano le loro chiese a pianta centrale forse anche quella di Potenza inizialmente ebbe questa tipologia.

Nel 1399 la città venne assediata dal re Ladislao ed è probabile che gli assedianti saccheggiarono e devastarono le contrade periferiche. Il Casale forse scomparve anche per la terribile peste del 1413 e rimase la chiesa in aperta campagna. Vi si stabilirono due eremiti che ne presero cura con il culto della Madonna fra i pochi contadini rimasti nella zona.

Nel 1488 il Conte di Potenza, Antonio de Guevara, chiamò i Frati Minori Osservanti a tenere la chiea di Santa Maria del Sepolcro. Altre fonti attestano che il Conte di Potenza costruì a sue spese il convento e ristrutturò l'antica chiesa, predisponendo, in una sala attigua il sepolcro gentilizio della famiglia, ora scomparso. Perciò negli ultimi anni del XV secolo la piccola chiesa venne sostituita da una più grande e più bella che aveva richiami all'architettura gotico catalana.

Nel 1647 il vescovo di Potenza, mons. Claverio, fu inviato a Grumento dal papa Innocenzo I (1644-1655) come visitatore, apostolico per dirimere alcune questioni. A Grumento fu colpito da una Reliquia del Sangue di Cristo, per cui ne chiese una parte ai Canonici del posto e la portò a Potenza. Tenne la Reliquia presso di sè per diversi anni e quando i frati di Santa Maria del Sepolcro vollero restaurare la chiesa ed il convento il vescovo pensò di sistemarvi la Reliquia quindi arricchì a sue spese la chiesa di un soffitto ligneo e cassettoni ottagonali intagliati e dorati. Sulla parete destra della navata fece costruire un monumentale altare barocco con sfarzose decorazioni in stucco e, al centro della parte superiore, in una urna protetta da una portella con tre chiavi, il 4 giugno 1656, venne posta a Reliquia in un calice d'argento che recava incise quattro scene pasquali: l'agonia nell'orto; la flagellazione alla colonna; una caduta di Gesù sotto la Croce; e la Resurrezione del Sepolcro. Il coperchio ha il sigillo di mons. Claverio, una corona merlata ed una croce. Più tardi il reliquiario fu sostituito con un secondo in argento a guglie, di sapore gotico, nel quale ancora si conserva la Reliquia. Il vescovo stabilì che le chiavi fossero custodite dalla prima Dignità della Cattedrale, dal Superiore del convento e dal primo cittadino di Potenza. Ogni venerdì Santo la reliquia doveva essere esposta alla venerazione e portata in processione fino alla Cattedrale. Quando vennero istituite solenni funzioni in Cattedrale per il venerdì Santo la processione fu limitata al piazzale della Chiesa con la benedizione del vescovo, il quale la impartiva dai gradini della croce che esiste ancora sulla piazza.

La chiesa si presenta con un portico anteriore a tre archi con basi, stipiti, e capitelli e archivolti in pietra lavorata. Il portico è concluso con un cornicione a romanella, dal quale imposta la copertura a falda che muore contro la facciata. Questa è con tetto a capanna ed un grande oculo, di restauro. Entrando nel portico si trova il portale principale in pietra calcarea a semplici modanature, ai lati sono due stemmi anche in pietra uno Francescano e l'altro nobiliare. Sopra la piattabanda del portale, incorniciata da un costolone di tipo gotico-catalano con i peducci a decori fioreali, è una lunetta che contiene un affresco della "Deposizione con le tre Marie". Il portone ligneo è un pregevole esempio del primo '500 con intagli a motivi floreali in riquadri geometrici. Sui lati minori del portico vi sono altri due portali in pietra calcarea, anche del XVI secolo, di buona fattura.

La chiesa ha un impianto ad aula unica con abside terminale ed una navata laterale sinistra che appartiene ad un successivo ampliamento. Nella grande navata centrale si nota subito, sulla parete destra, l'altare del "Santissimo Sacramento" realizzato in stucco di cm. 900x1041 circa, opera di Masillo Faiella. Tutto l'apparecchio è realizzato in stucco bianco, diviso in tre zone. In quella centrale, inquadrata da due coppie di colonne binate scanalate con capitelli jonico-corinzi, è un ovale con nuvole, teste di cherubini alati e scene del calvario. Al centro dell'ovale è posto il portello in rame che racchiude la reliquia del Santissimo Sangue di Cristo. Altre due coppie di cherubini reggono lo stemma del Claverio negli scomparti laterali. La fascia inferiore del basamento è di semplici cornici classiche. L'altare presenta uno schema architettonico-decorativo di stile manieristico con cornici ad ovuli e dentelli. La modanatura del timpano ad arco spezzato ha al di sopra due angeli che reggono la scala e la spugna, simboli iconografici della Passione. Gli angeli dalla plastica intensa e dai capelli formicolanti ricordano le figure del Mollica. Nella zona superiore dell'altare si trova una nicchia con la statua di San Michele, la nicchia è circondata da cornici e volute che inglobano anche le due finestre e che fiancheggiano lo spazio dell'altare. L'artista che realizzò l'opera è poco conosciuto, forse apparteneva ad una famiglia di stuccatori napoletani attiva nel '600. Le sculture in legno policromo del XVII secolo che raffigurano gli arcangeli Michele Raffaele e Gabriele, tutti alti cm. 150 provengono da una bottega napoletana e sono stati realizzati contemporaneamente ed appositamente per l'altare. Risultano essere documenti della penetrazione in Basilicata dell'arte che rispecchiò a Napoli il periodo più interessante della cultura manieristica toscana. Gli occhi delle statue, come fu uso nel '700 e nell' 800 a Napoli, furono modificati con l'inserzione nelle orbite di pupille vitree.

Sempre sulla parete destra sono visibili le tracce della chiesa anteriore al 1488, rinvenute durante i restauri degli anni '70, che consistono in un tratto di muratura in grandi conci di pietra calcarea ed in una piccola monofora con strombatura molto accentuata.

Sulla stessa parete si può ammirare un bassorilievo in pietra che rappresenta una "Madonna con Bambino e due angeli", di cm. 75x100x20, attribuita ad uno scultore documentato nel 1519 detto "Maestro di Noepoli". L'opera proviene appunto dalla chiesa parrocchiale di Noepoli e raffigura la Madonna in Trono che regge il Bambino sulle ginocchia; ai lati sono due angeli che sostengono un "cuoio di Cordova" con fiori di cardo stampati, le ali risultano di proporzioni ridotte per le riprese del gusto del "vero quotidiano di cinquanta anni addietro". L'autore è uno scultore lucano vissuto tra i secoli XV e XVI, di formazione napoletana, che dovrebbe aver operato per circa trent'anni in Basilicata allineato a gusti della tradizione borgognona e fiammingo-catalana. La critica più recente avanza l'ipotesi che l'opera facesse parte del monumento funebre di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro del Balzo e madre della regina Isabella di Napoli, attualmente nella Chiesa della Santissima Trinità di Venosa.

La navata centrale è coperta da un controsoffitto a cassettoni ottagonali in legno policromo intagliato con decorazioni in oro, è uno dei pezzi più rilevanti di tutta la scultura lignea del '600 lucano.

In fondo alla navata la zona absidale è preceduta dall'arco trionfale, o arco maggiore, in pietra calcarea con basi ad elementi fioreali stilizzati con una testa di leone a tutto tondo di piccole dimensioni per ciascuna base da queste si elevano i fusti delle colonne, di tipo composito, poco slanciate e sovrastate da capitelli realizzati con foglie d'acanto stilizzate che recano ancora un piccolo leone genuflesso. Ai lati dei capitelli, sulle pareti, sono quattro lastre che hanno in bassorilievo due Agnus Dei che reggono la Croce con una zampa affiancati da due grandi corolle di margherite. Nel concio di chiave dell'arcone è raffigurato il Cristo che esce dal sepolcro.

Oltre l'arco trionfale si entra nell'abside a pianta poligonale con gli angoli sottolineati da esili colonnine in pietra che hanno basi e capitelli; dei cordoncini, anche in pietra, sottolineano l'imposta della volta lunettata interrotti nel secondo, quarto e sesto lato da tre monoforte trilobate a doppia strombatura. La volta ad ombrello della zona absidale è pure sottolineata da costoloni in pietra che chiuso in un elemento di chiave di volta con il monogramma cristologico Bernardiniano, anche le pareti verticali delle lunette sono sottolineate da costolonature in pietra. Nella parte anteriore della zona absidale i costoloni sottolineano una volta a crociera.

La navata laterale sinistra è separata da quella centrale da pilastri con archi a tutto sesto, su questi pilastri sono stati rinvenute delle nicchie, uguali tra loro, forse destinate a contenere dei reliquari in legno policromo, raffiguranti santi a mezzo busto che sono ancora conservati nella chiesa. Due di queste nicchie hanno rivelato la presenza di pilastri più antichi e di minori dimensioni, più bassi degli attuali, con capitello tronco piramidale rovesciato certamente anteriore al XIV secolo. La navata laterale è del XVII secolo, a quattro campati divise da archi a sesto ribassato e coperte da volte a crociera con lunettoni. Sulla parete sinistra vi sono quattro altari in stucco.

Tra le opere conservate nella chiesa vanno segnalate la "Madonna delle Grazie con San Francesco d'Assisi e San Patrizio", un olio su tela di cm. 230x208, attribuito al lucano Antonio Stabile, documentato dal 1569 al 1584, reca l'iscrizione "Sante Maria Mater Gracie 1582 Sante Francisce, Sante Patrice". Questa sacra conversazione è inquadrata e caratterizzata da un paesaggio ispirato a canoni veneti attraverso una mediazione tardo manieristica napoletana. La Madonna regge il Bambino in braccio ed è piegata dolcemente verso San Giovanni bambino che ha un ramoscello di pero. Ai lati del trono sono i Santi Francesco d'Assisi e Patrizio, del quale se ne venerava una reliquia nella stessa chiesa nel '500, la bottega dello Stabile che produsse l'opera aveva, nel maestro una delle maggiori personalità della pittura lucana del XVI secolo.

Una tempera su tavola centinaia con "l'apparizione della Vergine ai Santi Francesco e Rocco" è di cm. 263x204. Al centro dell'opera in una lieve mandorla di nubi è la figura della Vergine con i canoni iconografici dell'Immacolata. Ai lati della nube sono i santi Francesco e Rocco che inginocchiati hanno gli attributi iconografici propri bene in vista, mentre dalla coltre di nubi nella zona superiore appare il Padre Eterno. La tavola attribuita ad Antonio Stabile, presenta chiarezza d'impianto compositivo, calibrato equilibrio e qualità d'esecuzione che la fanno ritenere proprio opera del maestro che, tra l'altro, è l'unico dei fratelli Stabile ricordato dallo storico napoletano B. De Dominici.

Una terza opera è l'olio su tela con l' "Adorazione dei Pastori" di cm. 275x222 opera di Onofrio Palumbo, documentato nella prima metà del XVII secolo. L'opera presenta un moderato naturalismo con l'impianto compositivo ricollegabile allo Spagnoletto o alla sua cerchia. Un gruppo di cherubini è in volo sulla parte alta a sinistra, i pastori inginocchiati sono anche a sinistra mentre a destra è posto il gruppo della Vergine con il Bambino e San Giuseppe. Nell'opera, come nelle altre note, l'artista fonde gli elementi di una formazione naturalistica di partenza con l'indirizzo accademizzante filobolognese del quarto decennio del XVII secolo.

da www.comune.potenza.it

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