Chiaravalle della Colomba

Chiaravalle della Colomba

visita all'Abbazia cistercense

Bellissimo guscio che all’inizio dell’anno Mille conteneva lo splendore del potere cistercense, l’Abbazia di Chiaravalle della Colomba è catalogata oggi tra i monumenti del territorio comunale di Alseno, dove si allarga la forbice tra la via Emilia e l’autostrada, proprio lungo quella via Francigena che collegava Piacenza a Parma e arrivava in Liguria attraverso la valle del Taro. Tetti a tegole e rustici con una graziosa piazza fanno da cornice a questo grandioso baluardo religioso. Frontalmente sorge un complesso interamente ristrutturato: è un arco ad aprire lo sguardo sulla strada che segna il confine tra le cose della nostra modernità e il periodo romanico. Intorno alla chiesa, il selciato disegna il perimetro della sacralità, costruita da marmi e mattoni, ancora intatta nel suo prestigio monumentale. Lunghe siepi verdi corrono verso il prato sul lato sinistro della facciata e, a pochi passi dall’avamportico, il selciato stesso sparisce in un breve riquadro acciottolato. E’ l’inizio di un viaggio nella storia. La fondazione dell’abbazia riporta numeri molto lontani, si parla del 1135 e di una potente famiglia, i Pallavicino, che la concepirono quale centro di spiritualità e potere cistercense. Da un ultimo sguardo d’insieme dell’esterno si distingue la facciata in stile romanico su due livelli, portante un grosso rosone centrale; sulla sinistra, in fondo, vi è il campanile e sulla destra si sviluppa, in tutta la sua quiete, il complesso residenziale del monastero, con i muri di colore chiaro, affiancato da un grande giardino protetto da un lungo muro perimetrale che ancora isola dal resto del mondo la vita del monastero. Appena prima di farsi abbracciare dai grandi muri dell’abbazia, la luce del giorno illumina ancora tre affreschi consumati dal tempo nella penombra del portico, uno in particolare riprende i colori di un tramonto sullo sfondo; gli occhi ne restano intrisi varcando il portone di legno scuro; appena giunti all’interno, una fila di piccoli bassorilievi con un Gesù che porta la croce reinfondono segretamente al viandante distratto il senso di espiazione che intesse questa imponente architettura. Tre navate, molto sviluppate in altezza, sono delimitate da scure colonne in mattoni e la luce del sole, qua dentro, è tramutata dalle alte vetrate policrome: giallo, viola e blu rimbalzano sui mattoni e sul marmo, percorrendo enormi spazi: 65 metri di lunghezza, 20 di larghezza e altrettanti di altezza. Avvicinandosi all’altare lo stile diventa un poco meno severo e gli affreschi si intensificano in numero; due nicchie si specchiano vicendevolmente, richiamando i colori delle vetrate nelle loro immagini sacre e fornendo un’illusoria impressione di profondità. Sulla sinistra, un pulpito in legno scuro è arrampicato come un grosso fungo su una colonna e poco più avanti, sul lato opposto, un piccolo gioiello: due ante di legno come quelle di un grande armadio, aperte a mostrare lo storico organo, risalgono alla fine del sedicesimo secolo e recano sui portelli due immagini allegoriche: esternamente l’Annunciazione e internamente le figure di S. Cecilia (la protettrice della musica) e Re David (l’autore dei salmi).
Splendida, alla destra dell’abside, una lunga scala dritta, di ventisette gradini e una ringhiera in marmo rosa decorata da sette pomelli in marmo scuro: un tempo il collegamento tra il dormitorio dei monaci e la chiesa. Al centro dell’abside, sei candelabri d’argento sono le sentinelle all’altare sopraelevato, ma le parti più interessanti di questo fantastico monumento non stanno tanto nella sua grandezza quanto nei suoi dettagli. Si scopre, per esempio, che il pavimento attuale della chiesa è di ben venticinque centimetri più alto di quello originario (forse un modo per combattere la crescente umidità?) e in un punto preciso si può vedere un’antica base di un pilastro ripristinata nella sua vetusta nudità. Camminando ancora, oltrepassato l’abside, sulla sinistra ci si imbatte in arcate a tutto sesto che, scivolando verso l’esterno, indirizzano ad una porta che conduce all’esterno della chiesa: un angelo che suona la tromba del giudizio universale vedeva passare, dall’alto dell’apertura, i corpi dei defunti destinati all’attiguo cimitero; è un avviso al visitatore giunto fin lì: egli sta attraversando la “Porta dei Morti”. Ma il punto forte di questa sacra cittadella è il suo cuore più interno, il bellissimo chiostro del Trecento, di stile gotico, a pianta quadrata, aperto su tutti i lati da novantasei piccoli archetti a sesto acuto sostenuti da colonnine binate in marmo rosa.
Questa spettacolare piazzetta, destinata alla preghiera, è divisa in quattro aree verdi divise da vialetti che ne disegnano la pianta e vi si può accedere dalle aperture presenti sui lati, che spezzano l’ordine degli archi decorativi. Nei portici costeggianti il chiostro non manca il divertimento per i matematici: le mensole che reggono gli archi sono distribuite in modo equivalente sui quattro lati secondo un conto che ne riporta il numero totale a cinquantadue, come le settimane dell’anno.
Alzando lo sguardo, da qui si intravede su di un lato la parte alta della chiesa con le sue vetrate colorate e ci si trova nel bel mezzo di un calcolo geometrico studiato per convogliare l’acqua piovana al “lavabo”, che si trovava dove oggi c’è l’apertura più grande: la pendenza del terreno consentiva infatti il recupero delle acque nelle cucine per risparmiare tempo e per ricordare agli abitanti del monastero l’importanza dell’acqua per la pulizia “sia del corpo che dell’anima”.
Interessante anche quello che resta dell’antico dormitorio dei monaci nella parte sopraelevata: un unico salone, un magnifico soffitto a travi lignee e una parete interamente fatta di finestre, da dove entra la luce dell’alba. Con un salto nel tempo arriviamo al secolo scorso, quando ha origine, pare nel 1937, uno tra gli eventi tradizionali di maggiore richiamo della provincia piacentina: l'infiorata, portata a Chiaravalle da monaci cistercensi dell’abbazia frusinate di Calamari che quest’anno si svolge dal 10 al 24 giugno. Ogni anno, in occasione della festa del Corpus Domini, la navata centrale della chiesa viene adornata da un tappeto di fiori recante raffigurazioni; il lavoro di preparazione di questa opera è tutt’altro che semplice: in principio viene elaborato il disegno e vengono realizzati i riquadri centrali seguiti dalle cornici; sabbia e foglie sono i primi due strati a cui viene aggiunto in ultimo il velo di petali colorati. L’effetto ottico è superbo e il pensiero originario dell’opera si rifà ad un (oggi opinabile) pensiero attribuito a S. Bernardo : “E’ onor dell’uomo dominare la natura”. La più famosa leggenda riguardante l’abbazia è però scritta nel suo stesso nome: si racconta che in un primo tempo essa dovesse venire edificata in una località attigua chiamata Caretto, quando a lavori iniziati, una colomba, segno divino, rubò dei pezzetti di legno che servivano per la costruzione portandoli nel campo di S. Michele, dove disegnò la sagoma dell’attuale monumento e dove infatti vi venne costruito. L’aura magica che lo circonda non si esaurisce comunque alle leggende, ma rivive nella sua stessa materia, questa volta in una chiave che si potrebbe dire “cosmica”: l’intero universo conosciuto e il movimento delle sue sfere luminose non passava infatti inosservato agli architetti dei luoghi sacri, che ne disponevano le mura secondo arguti calcoli. Un breve accenno in proposito meritano i cosiddetti “occhi” della sagrestia, ovvero aperture rotonde poste all’interno della chiesa rispettivamente sul lato sud e sul lato est, che spezzano il normale ritmo decorativo ed erano probabilmente degli indicatori astronomici: nel giorno di Natale la luce che entra dall’occhio posto a sud colpisce l’affresco della crocifissione illuminando alcune figure chiave e lo stesso misterioso calcolo cattura la fredda luce nel giorno della ricorrenza dei defunti, facendola scrosciare questa volta sui piedi del Cristo crocifisso.
Nell’ex dormitorio dei monaci è allestita, su pannelli, una presentazione dell’Ordine Cistercense e la storia dell’Abbazia di Chiaravalle della Colomba. Altri pannelli raffigurano l’espansione dell’Ordine Cistercense in Europa e le fondazioni di Chiaravalle. Il museo è accessibile dal chiostro a fianco della sala Capitolare. L’accesso è libero negli orari di apertura dell’Abbazia. I Monaci Cistercensi, in osservanza del dettame benedettino «Ora et Labora», procacciano con il lavoro delle proprie mani il necessario per sé, per l’omonima parrocchia e per le proprie missioni (Africa e Brasile); tra gli vari prodotti in vendita vi sono pregiati liquori – ricavati da erbe aromatiche secondo ricette tramandate dai primi monaci – e alcune tisane. Il sito ufficiale dell’Abbazia di Chiaravalle della Colomba è www.cistercensi.info, tel. 0523.940132.

Nei dintorni
Per dormire l’Hotel Palazzo della Commenda, attiguo all’abbazia, è un quattro stelle dotato di confortevoli camere, ristorante, sala meeting e congressi ed altri servizi www.palazzodellacommenda.it tel. 0523.940003. A pochi chilometri, entrando in territorio parmense, una buona tappa gastronomica è rappresentata dalla Trattoria Trivelloni, in loc. San Rocco di Busseto, per provare gli ottimi salumi accompagnati dalla tipica torta fritta. chiude il lunedì. tel. 0524.91524.

Roberto Rossi
testo a quattro mani con Laura Civardi

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interno di Chiaravalle della Colomba
interno di Chiaravalle della Colomba
portici di Chiaravalle della Colomba
portici di Chiaravalle della Colomba
scorcio della facciata dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba
scorcio della facciata dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba
Abbazia di Chiaravalle della Colomba
Abbazia di Chiaravalle della Colomba
riflessi dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba
riflessi dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba
colonne dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba
colonne dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba
cortile dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba
cortile dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba

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